Da sempre Il Made in Italy è noto come un concetto che riguarda la moda e il fashion: infatti il Made in Italy   in tutto il mondo è sinonimo di qualità di pregio e di stile e gli operatori che lavorano nella filiera della moda ne sono ben coscienti, proprio per questo motivo si impegnano affinchè il primato del Paese nel settore rimanga tale, con tessuti d’alta qualità,  nuovi design e stili classici, fattori che rendono un qualsiasi abito intramontabile.

Nello specifico, l’industria della moda italiana è un punto di riferimento a livello mondiale. Il Made in Italy è l’espressione utilizzata, a partire dal 1980, per indicare un prodotto completamente progettato, fabbricato e confezionato in Italia: è uno dei primi brand conosciuti e apprezzati al mondo e secondo uno studio di mercato realizzato dall’azienda KPMG -Network di servizi professionali alle imprese – è il terzo marchio al mondo per notorietà dopo Coca-Cola e Visa. Proprio, percependo il grande valore che il Made in Italy ha nel fashion, lo Stato si è preoccupato di elaborare una normativa allo scopo di tutelare il Made in Italy, sempre più vittima di contraffazione e di falsi.

In particolare, la normativa a tutela del Made in Italy esiste da anni, ma a tal riguardo c’è ancora poca informazione. Parlando del settore moda, l’etichetta di origine “Made in…”, situata su un capo d’abbigliamento prodotto nell’Unione Europea, è un’informazione obbligatoria, all’interno della quale le imprese produttrici devono dichiarare lo Stato di provenienza del prodotto. Per l’attribuzione dell’origine, vengono applicate le regole previste dalla normativa europea doganale, la quale stabilisce che il nome del Paese d’origine deve corrispondere a quello dove è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale atta a dare le caratteristiche di prodotto nuovo. Quindi, ricapitolando, le etichette dei vestiti possono avere la dicitura Made in Italy, solo nel momento in cui gli abiti Made in Italy in questione hanno origine italiana certificata ai sensi della normativa vigente. Ad oggi, l’Italian Fashion Industry offre un immenso potenziale che deve essere ancora pienamente apprezzato e sfruttato: oltre alla complessità delle sue dinamiche, deve affrontare costantemente nuove sfide ed evoluzioni.  Superata l’emergenza sanitaria l’industria della moda 4.0 si caratterizza per un approccio diverso, più etico, rispetto alla tematica della sostenibilità. Nella società contemporanea l’attenzione alla sostenibilità ha permesso la creazione di una serie di linee guida a cui si attiene anche il mondo della moda.  

A riguardo La Corporate Social Responsibility, è un insieme di regole che  ha una doppia valenza ed esprime all’interno dell’azienda politiche che tutelano le risorse umane che all’esterno si sostanziano con azioni mirate al rispetto dell’ambiente per trasformare l’industria della moda in una realtà più sostenibile. 

Sotto il punto di visto della sostenibilità si parla di moda circolare, del riutilizzo dei tessuti, dei materiali da parte dei marchi stessi: lodevole l’iniziativa di raccolta dei capi per le politiche della Second Hand, come quella intrapresa da H&M (il primo colosso ad adottarla)  consente un’ottimizzazione dei processi di produzione. Inoltre, rispetto al passato i consumatori sono oggi ,  soprattutto le giovani generazioni, grazie ai social network , più informati e attenti alle politiche dei brand. Proprio in conseguenza di ciò la Corporate Social Responsibility si deve tramutare realmente in azioni concrete e non fermarsi ai proclami: nella knowledge economy la comunicazione è completamente cambiata, non è più unilaterale o bilaterale ma omnicanale. Questo permette di entrare agevolmente in contatto con le aziende e a mancanze di risposte, atterrando sui social, si può distruggere la reputazione di un marchio, creando movimenti che nascono sul web. Ecco perché se un’azienda pecca di woke washing viene automaticamente penalizzata.

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