Quello del trasporto marittimo è uno dei settori considerati più difficili da decarbonizzare. Ogni anno, il comparto genera all’incirca il 3% delle emissioni di gas serra globali. Eppure, suggerisce lo studio, usare un mix di soluzioni consentirebbe risultati enormi con uno sforzo relativamente contenuto e, soprattutto, in brevissimo tempo.

Anche gli scenari più sfavorevoli, cioè con misure più blande (ad esempio, una riduzione della velocità del 20 invece che del 30%) e con una crescita dei traffici marittimi più sostenuta, garantiscono tagli delle emissioni delle navi in doppia cifra, almeno del 28%.A quale costo? Secondo il rapporto, i costi associati con l’introduzione delle misure per tagliare le emissioni delle navi sono “gestibili”. In generale, i costi sostenuti farebbero aumentare di circa il 10% il costo delle operazioni di shipping. Un dato basso se lo si confronta con i costi che bisognerebbe sostenere per far fronte all’impatto del cambiamento climatico sia sull’industria del trasporto marittimo sia sulla società in generale in caso di mancato raggiungimento dei tagli alle emissioni. Se introdotte gradualmente a partire dal 2025, le misure potrebbero evitare emissioni cumulative di 500-1.000 Mt di CO2 equivalente. “Questa analisi dimostra chiaramente che queste riduzioni sono possibili e che i costi non costituiscono un ostacolo. La prova non potrebbe arrivare in un momento migliore. L’IMO non deve sprecare quella che potrebbe essere l’ultima migliore opportunità per mettere il trasporto marittimo sulla strada giusta per evitare un disastro climatico”, ha dichiarato Delaine McCullough di Ocean Conservancy, una delle associazioni che ha collaborato alla stesura del rapporto.

D’altronde Lo shipping può dimezzare la sua impronta di carbonio in pochi anni usando solo tecnologie già esistenti. E senza danneggiare in nulla il commercio: il taglio di CO2 avviene senza flessioni dei volumi trasportati e riduzioni delle tratte. Come? Entro il 2030, le emissioni delle navi possono scendere del 28-47% rispetto ai livelli del 2008 con una combinazione di tre fattori: riduzione della velocità di navigazione, propulsione eolica e l’uso di una quota di carburanti sostenibili.

È la previsione di uno studio di CE Delft pubblicato oggi, in concomitanza con l’apertura dei lavori del summit annuale dell’IMO, l’Organizzazione marittima internazionale, cioè l’organismo dell’ONU che si occupa di coordinare le politiche di riduzione delle emissioni delle navi a livello globale. E che finora, visto il peso assoluto dell’industria in quel consesso, si è mosso con i piedi di piombo. Ha fissato un target al 2050 (-50% sul 2008) ma senza obiettivi intermedi.

Le emissioni derivanti dal trasporto marittimo devono essere dimezzate entro il 2030 se vogliamo avere qualche possibilità di mantenere il riscaldamento al di sotto del limite di 1,5°C dell’accordo di Parigi. L’University College di Londra stima che ogni anno di inattività in questo decennio aggiungerà 100 miliardi di dollari in più al costo della decarbonizzazione del trasporto. Lo studio è stato commissionato da Transport & Environment, Seas at Risk, Ocean Conservancy e Pacific Environment. L’OMI è in procinto di rivedere i propri obiettivi climatici esistenti, che attualmente mirano a dimezzare solo le emissioni delle navi entro il 2050. 45 paesi presenti hanno concordato di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050. Il sostegno per un’azione urgente è cresciuto anche prima. Le emissioni zero entro il 2040 sono già l’obiettivo di Maersk, la seconda compagnia di trasporto container più grande del mondo.

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