Con oltre 20 mila prodotti attualmente in fase di sviluppo e 1.600 miliardi di dollari di investimenti programmati nel mondo fra il 2023 ed il 2028, e un grado elevatissimo di internazionalizzazione della filiera, la realtà economica e produttiva dell’industria farmaceutica è oggi fra le più emblematiche delle opportunità e dei rischi che l’attuale fase di profonda transizione nelle relazioni internazionali porta con sé.

Se è stata, infatti, la pandemia ad accendere i riflettori dell’opinione pubblica sul settore, la crisi sanitaria ha tuttavia portato alla luce la centralità strategica di una realtà industriale che interseca tutte le grandi dinamiche di breve e lungo periodo che mettono in tensione lo scenario geopolitico e geoeconomico.

Progressi scientifici e tecnologici, trasformazioni demografiche e domanda di salute, dipendenze strategiche ed effetti delle perturbazioni politiche sulle supply chains, sono fattori che animano il “grande gioco” della competizione fra grandi aree politico-geografiche e al loro interno – è il caso dell’Europa – fra singoli Paesi. 

È una competizione  in un settore che dipende da regole pubbliche e si incentra soprattutto sulle scelte politiche per attrarre investimenti. E che si caratterizza per le differenze fra aree del mondo e Paesi, in conseguenza di due grandi asimmetrie: quella demografica, perché come mostrano le proiezioni della Population Division dell’ONU  l’età mediana del mondo è in forte crescita, e con essa la domanda di salute, ma non lo è dovunque nella stessa misura; e quella economico-finanziaria, perché l’invecchiamento determina pressione sulla spesa pubblica (le più recenti stime dell’Euro Working Group on Ageing indicano una crescita della spesa sanitaria a livello europeo dal 6,7% del Pil nel 2019 al 7,6% nel 2070 – benché con significative variazioni nei casi opposti di scenario avverso oppure di healthy ageing – e da 1,7% a 3,1 della spesa per Long Term Care), ma i vincoli di bilancio di fatto e di diritto sulla spesa non sono gli stessi per tutti, a causa della dimensione del debito oppure della presenza o meno di regole di bilancio stringenti. È dunque proprio sul tentativo di attrarre questi investimenti che si accende la competizione internazionale fra grandi sistemi regionali e, al loro interno, fra singoli Paesi che ne fanno parte, in particolare in ambito europeo. Una battaglia combattuta con politiche sia finanziarie, sia di domanda-offerta, sia regolatorie, già in corso da tempo e nella quale l’Europa sta segnando pericolosamente il passo  – come emerge dal confronto tra i dati di oggi e di vent’anni fa riportati nel grafico sotto – perdendo progressivamente terreno  non solo nei confronti del dinamismo statunitense ma anche di una Cina che, da anello di partenza delle catene produttive, aspira a divenire sempre più creatore di nuovi prodotti. Una prospettiva coerente con quella volontà di “dar vita a nuove tecnologie e nuove industrie” proclamata dal Presidente Xi Jingping nel luglio 2022 a Wuhan, ricordando che “l’autosufficienza scientifica e tecnologica è la base della prosperità e della sicurezza”. Quello europeo, inoltre è un ritardo che si aggraverebbe, se prevalesse l’impostazione che ispira le proposte della Commissione europea per la revisione della legislazione farmaceutica UE con un approccio che, fra maggiori oneri burocratici a carico delle aziende e indebolimento dei diritti di proprietà intellettuale, rischia di scoraggiare ulteriormente gli investimenti.

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