Fondata da Luca Rossettini e Renato Panesi nel 2011, adesso D-Orbit si occupa di logistica spaziale tout court: significa che oltre alla pulizia del cosmo dagli oggetti che lo solcano incontrollati, la sua offerta ai clienti comprende servizi di lancio da terra, così come la movimentazione e il posizionamento dei satelliti nei relativi slot orbitali, cioè il trasporto da un punto all’altro nello spazio con precise operazioni di “space taxi”. Finalista, fra 600 candidati, nella categoria pmi dell’European Inventor Award 2023, D-Orbit conta più di 260 dipendenti, sparsi fra le sedi in Gran Bretagna e Portogallo – 233 sono solo negli stabilimenti comaschi – e in poco più di un decennio è diventata una delle più affidabili scaleup spacetech a livello internazionale. Il prestigio è corroborato dai bilanci: i ricavi complessivi del 2020 (un milione e 100mila euro) sono più che triplicati in dodici mesi (tre milioni e 400mila euro nel 2021). Nel 2022, hanno toccato quota dieci milioni e nell’anno in corso, il backlog (gli ordini non ancora contrattualizzati) supera già gli ottanta milioni di euro. D-Orbit è nata dopo che Rossettini vide sfumare il sogno di diventare collega di Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano: “Nel 2009, alla selezione per i nuovi astronauti dell’Agenzia spaziale europea, arrivai in fondo, ma non abbastanza. Fui costretto a reinventarmi: per uno di quei casi che chiamo ‘salti quantici’ della vita, grazie a una borsa di studio del Politecnico di Milano, finii prima in California e poi alla Nasa, dove ebbi la fortuna di lavorare al progetto Phonesat, cioè alla costruzione di un satellite di piccole dimensioni, qualcosa che all’epoca era considerata uno scherzo. Sempre per un ‘salto quantico’, al progetto lavorai con Chris Boshuizen e Will Marshall, futuri fondatori di Planet Labs, che oggi vanta una delle più grandi costellazioni al mondo di piccoli satelliti. In quel momento – continua – fra noi nacque la consapevolezza che il mercato spaziale sarebbe cambiato di lì a poco. Beninteso, erano anni in cui anche SpaceX faticava a stare in piedi”.Corsi o ricorsi di nomi e destini. D-Orbit ha scommesso con spirito pioneristico su due fra le tendenze che hanno trasformato il settore spaziale negli anni recenti: la miniaturizzazione delle tecnologie, che consente il trasporto in rideshare di più carichi paganti (o payload), e l’impennata del numero di lanci annuali, accreditabile soprattutto alla riutilizzabilità dei vettori spaziali imposta proprio dall’azienda di Elon Musk. Da un core business focalizzato sulla deorbitazione, ora i servizi preponderanti di D-Orbit sono quelli di lancio e deployment. Trovano la loro incarnazione sia in ambito software con Aurora, un programma di controllo missione in cloud che consente ai clienti di operare i propri satelliti senza bisogno di una control room, sia con hardware come Ion Satellite Carrier, acronimo di “In Orbit Now”, più che un dispenser, un taxi extra-atmosferico incluso nel pacchetto di logistica spaziale dell’azienda comasca. Compatibile con diversi vettori sul mercato, il primo lancio di Ion è avvenuto nel settembre del 2020 su un razzo Vega di Arianespace (il lanciatore realizzato perlopiù dall’italiana Avio). Da allora, l’azienda ha lanciato con successo altre nove missioni della sua piattaforma, a bordo dei Falcon9 di SpaceX. Tra i diversi progetti di D-Orbit, vi è “In Orbit Service Module”: con un finanziamento di 235 milioni di euro del Pnrr il progetto, in cui D-Orbit sarà partner di Thales Alenia Space e Avio, prevede di portare oltre l’atmosfera nel 2026 un sistema capace di offrire una gamma completa di assistenza in orbita ai clienti. Sarà un altro tassello di un’economia che secondo Rossettini dovrà giocoforza essere virtuosa, se la si vorrà orientata al beneficio comune. “Già la missione del 2026 è pensata in quest’ottica: non solo per rimuovere i satelliti, ma anche, un domani, per trasportarli in stazioni di riciclo in orbita.  inizierà la vera economia circolare nello spazio. Sarà possibile riciclare gli apparati non più operativi e ottenere materia prima per costruirne di nuovi direttamente nello spazio. È la cosiddetta orbital manufacturing, permetterà di ridurre gli sprechi, abbassare i costi e migliorare le prestazioni delle macchine. Almeno nello spazio l’obbiettivo dovrà essere eliminare il concetto, tutto umano, di rifiuto”.

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