È ormai risaputo che l’invasione russa dell’Ucraina abbia peggiorato drasticamente i rapporti tra Federazione Russa e UE. Una delle sfere in cui tale dinamica risulta più evidente è quella economico-commerciale: da febbraio 2022, l’UE ha infatti varato dieci pacchetti sanzionatori che impattano in totale quasi la metà (49%) delle sue esportazioni del 2021 verso la Russia. Eppure, se numerose aziende occidentali hanno interrotto le proprie attività nel mercato russo, altre vi continuano tuttora a operare. Questo è il caso anche di diverse realtà italiane. Uno studio pubblicato nel gennaio 2023 suggeriva che solo l’8,5% delle compagnie occidentali avessero effettivamente abbandonato la Russia. Tra le compagnie rimaste e che continuavano ad avere una partecipazione azionaria in Russia, il 6,3% erano italiane. Secondo un rapporto dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE) di Mosca, nonostante un interscambio che a gennaio 2023 ammontava a 1,2 miliardi di euro – il 48% in meno rispetto a gennaio 2022 – e nonostante un calo dell’export anno su anno del 37%, l’Italia resta un partner commerciale della Federazione Russa.  Per capire qualcosa in più e scattare un’istantanea, abbiamo consultato dati ICE e realizzato una serie di interviste (spesso in forma anonima per ragioni di confidenzialità) a imprenditori e diplomatici italiani che continuano a lavorare in Russia, riassumendo le principali sfide – presenti e future – con cui si devono confrontare. 

La storia delle relazioni economico-commerciali tra Russia e Italia è tendenzialmente positiva. Già negli anni ’60, l’Italia stipulò diversi accordi di cooperazione con l’allora Unione Sovietica. Tra gli esempi più celebri figurano il via libera alla Fiat per l’avviamento di impianti automobilistici nella città di Togliatti (1965) e gli accordi per le forniture di gas naturale siglati da Eni (1969). Come sostenuto da un diplomatico italiano, anche in tempi più recenti, la dimensione economico-commerciale rappresentava il fiore all’occhiello dei rapporti bilaterali tra Roma e Mosca, con quest’ultima diventata negli anni un fornitore “estremamente affidabile” di gas e materie prime. Il modello italiano era a sua volta molto apprezzato in Russia. Oltre alle cosiddette “3F” – fashion, food & furniture – era il know–how italiano a essere particolarmente richiesto, soprattutto nel settore della meccanica, che garantiva all’Italia “commesse per miliardi di euro”, come sostiene ancora dal diplomatico. In conclusione,  quello che emerge dall’analisi è la “resilienza” del business italiano in Russia. Le tecniche di “adattamento” delle nostre imprese riecheggiano quelle delle tante imprese straniere che sono rimaste: il quadro per le imprese italiane, sebbene alcuni intervistati abbiano espresso l’opinione che il Cremlino si dimostrerà relativamente aperto alle istanze di coloro che hanno deciso di rimanere. In definitiva, il contesto in cui opereranno le imprese italiane in Russia non dipenderà solo dall‘eventuale aggravarsi del quadro sanzionatorio europeo, ma anche dall‘atteggiamento del Cremlino e, soprattutto, dalla possibilità che ulteriori misure di ritorsione speculari vengano imposte alle aziende di “Paesi ostili“.

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