Milioni di batterie fabbricate nell’Est asiatico, che contengono preziosi quantitativi di metalli da recuperare una volta concluso il ciclo di vita degli accumulatori stessi. Elementi chimici i quali, però, non possono che ritornare da dove erano venuti perché, in Europa, non esiste un solo impianto in grado di trattarli, in modo da poter essere riutilizzati per fabbricare batterie nuove. È il paradosso con cui si deve confrontare ogni giorno Angelo Forestan, fondatore e presidente di Spirit, società di Chiampo (Vicenza) che, dal 2014, si pone di fatto come l’unica realtà sul territorio nazionale in grado di ritirare gli accumulatori esausti conferiti dagli utilizzatori nelle isole ecologiche, smontarli e lavorarne il contenuto, fino a ottenere uno speciale materiale in forma di polvere grigia. Il quale è composto da parti di cobalto, litio, nichel e manganese, cioè metalli fondamentali per ottenere nuove batterie e che richiedono dunque un ulteriore processo di separazione. In grado di compierlo, però, pare siano a oggi soltanto laboratori di Paesi lontani come Cina, Giappone, Sud Corea e Indonesia, cioè gli stessi da dov’erano probabilmente partite le batterie quando erano fresche di fabbrica.  «In Italia abbiamo abbandonato l’arte mineraria da almeno 40 anni – evidenzia Forestan – e, contestualmente, abbiamo evitato di andare ad acquistare quote di miniere di litio o altri metalli nei Paesi del mondo in cui queste vengono aperte. Non esiste una politica industriale che guardi alle evoluzioni della tecnologia collegata alla transizione dalle energie fossili a quelle rinnovabili, sia in Italia sia in Veneto, e adesso siamo a questo punto. Sappiamo sfruttare i nostri rifiuti per recuperare un sacco di componenti metallici, si pensi anche a oro, argento o palladio che mandiamo all’industria orafa, ma dei metalli con cui potremmo produrre in casa gli accumulatori per telefonini, monopattini, biciclette, rasaerba, auto elettriche, unità di stoccaggio per impianti fotovoltaici e molto altro ancora, non sappiamo cosa farne. Se non, appunto, rivenderli ai produttori orientali». Spirit riceve ogni anno circa 500 tonnellate di rifiuti adatti al riciclo e, grazie a una tecnologia messa a punto con ricerche iniziate nel 2008, oggi riesce a rimettere sul mercato quasi 180 tonnellate di metalli, pronti a essere riutilizzati in più processi produttivi. Una parte, da impiegare come pigmenti inorganici, è ceduta alle industrie che impiegano smalti ceramici vetrati e in acciaio per produrre, ad esempio, i forni da cucina.
La quantità principale, invece, si presenta sotto forma di «polvere catodica e anodica», cioè quella che contiene i metalli per fabbricare le celle galvaniche, ossia i moduli fondamentali delle batterie. Attualmente la Spirit, che impiega una dozzina di addetti, realizza ricavi per 2 milioni di euro e sta potenziando gli impianti per arrivare a ricevere fino a 800 tonnellate di rifiuti. Grazie a un’attività di ricerca continua, per i primi mesi del prossimo anno conta di aver messo a punto e brevettato un processo, che peraltro non richiede più consumo di acqua, grazie al quale poter «saltare» il passaggio intermedio tra materiale recuperato e costruzione della nuova cella, così da aggirare la mancanza di impianti di raffinazione in Europa. E magari, chiude Forestan, «rendere il Vecchio Continente un po’ meno dipendente dalla Cina, la quale, visto il recente crollo dei prezzi dei metalli per la produzione di batterie, ne ha bloccato la vendita in Europa, ostacolando quelli che potrebbero diventare i suoi concorrenti sul mercato degli accumulatori».

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