Ero a Star City, vicino a Mosca, dove ci si addestra per andare sulla Stazione spaziale internazionale e ho capito che, pagando, avrei potuto sottopormi allo stesso training, così l’ho fatto: con 400mila dollari, per circa tre mesi mi sono allenato come un cosmonauta, voli su un Mig-29, simulazioni a gravità zero, “centrifuga” e tutti i test medici compresi. Ho anche indossato una tuta Sokol e pilotato una Sojuz nel simulatore. Adesso sto mandando messaggi a Jared Isaacman, l’imprenditore che ha finanziato Inspiration4, nella speranza mi inviti a una delle sue prossime missioni orbitali”.

A parlare è Boris Otter, titolare di Swiss Space Tourism e appassionato di spazio che, da quasi quindici anni – “mia moglie è d’accordo” precisa –, investe i risparmi per coronare il suo sogno più alto, stricto sensu: volare nello spazio. Qualcosa che solo poche centinaia di persone possono raccontare di avere fatto. E qualcosa che il turismo spaziale promette di rendere più accessibile. Non a tutti. Non subito. Intanto questo, la progressiva accessibilità dello spazio, raccontano i tanti speaker del Sutus, lo Space & Underwater Tourism Universal Summit, che a Marbella ha radunato per tre giorni chi, pubblico o privato, lavora per allargare i confini dei viaggi dell’umanità, intesi come ambito di esplorazione tecnico scientifica, ma anche di svago. E di commercio. Aspetti non per forza disgiunti, come dimostrano i progetti delle stazioni spaziali private già in essere.

Non è un caso che ad aver dato forma e sostanza all’evento sia Les Roches, per esteso Les Roches Global Hospitality Education, in tema di ospitalità una delle istituzioni formative più prestigiose al mondo. Fondata nel 1979 e posseduta da Eurazeo (compagnia di investimento francese costituita da Azeo ed Eurafrance), nel suo campus a Marbella Les Roches dal 2019 raduna e racconta una volta l’anno l’avanguardia più lussuosa in quanto a mete e modalità turistiche e dà voce a chi punti oltre l’atmosfera o fra le profondità degli abissi. Anche solo frequentandone i panel, è evidente il Sutus ambisca a consolidarsi come una delle piattaforme di networking più avveniristiche, visto che dopo avere parlato di una serie spaziale prodotta da Netflix (lo ha fatto Ricardo Medina, ad di Medina Media Events) capita vi si possano ascoltare rappresentati della Nasa, della giapponese Jaxa, di SpaceX o Carlos Mira, che con la sua Halo Space punta a offrire, dal 2025, viaggi spaziali sostenibili, della durata di quattro/sei ore, con capsule per nove passeggeri. Oppure, appunto, Boris Otter. “Abbiamo la responsabilità di espandere le conoscenze dei nostri studenti – risponde Carlos Díez de la Lastra, ad di Les Roches, a chi gli chieda perché una scuola organizzi un summit su un tema per molti aspetti ancora fantascientifico –. La sfida più difficile, ma anche più bella per una istituzione formativa, è preparare le generazioni più giovani a qualcosa che oggi abbia ancora confini vaghi, ma che di certo cambierà il mondo per come lo conosciamo. In fondo la tecnologia è solo uno strumento; occorre essere pronti ai cambi di paradigma, a nuovi modi di pensare e approcciare il nostro settore”. Proprio di questo, della ridefinizione del modo in cui viaggeremo, si parla al Sutus. Lo conferma Sam Scimemi, assistente speciale dell’amministratore associato per il Volo spaziale umano della Nasa. “Oggi lo spazio registra un interesse e un coinvolgimento crescenti da parte delle economie di tutto il mondo, ma anche della stessa opinione pubblica – spiega – per questo la nostra strategia ambisce ad estendere le nostre attività anche al settore privato. La Nasa ha investito molto affinché le proprie infrastrutture possano essere usate anche da compagnie private”. Una sottolineatura significativa considerato che Scimemi è nel programma spaziale dal 1986 – “poco prima dell’incidente dello space shuttle Challenger” – ha seguito dalla sua fase embrionale la Stazione spaziale internazionale e, di recente, è stato testimone dei primi progetti commerciali a bordo dell’avamposto. Perché, come scritto qui, il turismo spaziale andrebbe considerato per quel che è davvero: l’apice, cioè solo una piccola porzione, di un modo nuovo di sfruttare lo spazio, che dai lanci suborbitali per viaggiatori più o meno facoltosi fino allo sfruttamento commerciale di infrastrutture orbitanti (per scopi scientifici, tecnologici, per l’intrattenimento e chissà cos’altro ancora) apre un ventaglio di possibilità fino a pochi anni fa impensabile, svicolato dalla gestione esclusiva di agenzie pubbliche e governi.

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