Nel 2024 di barche e idrogeno si parlerà molto, complice anche la 37esima edizione della più importante manifestazione sportiva velistica del mondo, l’America’s Cup. Come indicava la governance della manifestazione, in occasione dell’annuncio sul protocollo, nell’ambito della continua spinta all’innovazione e alle nuove tecnologie pulite, tutti i team sono obbligati a costruire e gestire due chase boat (barche di supporto, ndr) alimentate a idrogeno per la loro partecipazione.

La centralità del tema innovazione e decarbonizzazione, nell’ambito del più generale discorso della transizione che investe il comparto nautico, emergeva anche nel contesto del secondo appuntamento del World Yachting Sustainability Forum, organizzato da Ibi (International Boat Industry) per Confindustria Nautica lo scorso settembre. La tavola rotonda dedicata all’allineamento di successo dell’industria alle nuove tecnologie ribadiva la crescita della domanda “verso soluzioni legate all’uso del metanolo e dell’idrogeno come valide alternative” anche nel mondo dei superyacht. Non può che guardare alla sostenibilità e all’evoluzione dei modelli di business, come risposta ai bisogni di mercato e mezzo per generare altro valore, anche l’industria della nautica da diporto italiana che vale oltre 7 miliardi di euro.In questo scenario va a inserirsi, sul fronte italiano, il varo, entro l’estate 2024, del progetto guidato da NatPower H (presentato a Milano) che “punta a posizionare hub energetici sostenibili nelle principali marine italiane e mettere in atto le condizioni ideali per agevolare lo sviluppo e l’utilizzo delle imbarcazioni alimentate a idrogeno”. La società del gruppo NatPower scommette quindi sull’infrastrutturazione e, dopo la prima installazione a Venezia entro la prossima estate, guarda a scenari ottimistici, con l’obiettivo di portare 100 stazioni di rifornimento entro il 2030 laddove possibile (esportando questo modello poi anche oltre il Mediterraneo). Inoltre, l’azienda ha siglato un accordo con Zaha Hadid Architects, per la realizzazione di stazioni completamente riciclabili, con muratura non rinforzata e assemblata a secco, che saranno collocate laddove arriverà l’infrastruttura.

Come spiegato alla presentazione milanese da Andrea Minerdo, ad di NatPower H, il progetto nasce dalla volontà di creare un impatto sul fronte dell’idrogeno ma senza accordarsi a progetti in mercati già affollati. Da qui l’individuazione di quella che è stata definita un’anomalia interessante, ovvero i bisogni della nautica da diporto, sondando lungo il cammino il sentiment di armatori, produttori, comandanti e autorità portuali. Da qui la decisione di creare quello che manca, ovvero l’infrastruttura di rifornimento pur sapendo di “essere in anticipo sul mercato”.La pipeline attuale, secondo l’azienda, annovera 25 accordi con marine e porti italiani, dieci collaborazioni in essere con i produttori, 70 persone coinvolte per un progetto che richiede approccio multidisciplinare (viene sviluppato con diversi player, tra cui Linde, Bluegame, Baglietto, Fitchner, ecc).Tuttavia, come sottolineato da Minerdo nel confronto con la stampa, “i numeri che abbiamo condiviso sono stime, abbiamo un piano di investimento che prevede 100 stazioni al 2030. Abbiamo una nostra scaletta, in questo momento teorica di installazioni di un certo numero all’anno. Questo dipenderà molto non solo dalla nostra capacità di sviluppo dell’infrastruttura e dalla nostra capacità di renderla operativa ma anche da tutto un percorso di permitting e autorizzazioni in senso generico che sarà molto legato al paese in cui andremo a dialogare. Abbiamo iniziato queste interlocuzioni formali in Italia, in tanti paesi potrebbero essere più brevi. Le stime che avete visto sono da qui al 2030, una stima al ribasso, dipenderà molto dalla collaborazione delle istituzioni e dall’adeguamento delle normative. Ci stiamo muovendo nell’assoluto rispetto delle normative vigenti, ci sono professionisti che ci stanno supportando in questo iter organizzativo che ha le sue complessità”.

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