La Pmi genovese ha maturato un importante know how nello sviluppo di ausili ottici per la vista fragile e per la ipovisione. Ma una delle azioni che vede più impegnata l’azienda è quella di far capire l’importanza di una diagnosi precoce del problema, come ci spiega il fondatore e presidente Michele Jurilli. Diventata da poco Società Benefit, certificando di fatto il modus operandi già utilizzato a partire dal 2012, Fonda – 1,5 milioni di euro di fatturato nel 2023 e 9 dipendenti – ha compiuto un passo ulteriore verso quell’auspicata crescita culturale che è uno dei suoi obiettivi principali mentre continua ad operare nel settore dello sviluppo di soluzioni tecnologiche per ipovedenti. Un impegno che perciò va ben oltre il piano squisitamente commerciale e si inserisce in un percorso aziendale che ha portato la Pmi con base a Genova a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore in questo importante campo d’azione.

“Detto che Fonda era un progetto geneticamente Benefit già quando abbiamo deciso metterlo in campo, il passo fatto per certificare il nostro desiderio di riuscire a migliorare la qualità della vita delle persone è stato di conseguenza solo un passaggio naturale – spiega Michele Jurilli (nella foto in alto), fondatore e presidente della interessante realtà ligure –. Ci occupiamo di coloro che hanno un grave deficit visivo e di conseguenza una patologia degenerativa. Dopo la prima soluzione studiata, un occhiale che, con l’aiuto dell’elettronica, ha permesso di generare un campo visivo attraverso un emettitore di luce integrato, siamo entrati nel mercato italiano e ancor più nell’europeo, con Francia, Germania, Spagna e paesi scandinavi i maggiormente interessati alle idee di Fonda”.L’azienda genovese si sta continuando a spendere nel campo clinico, insomma, per capire quali siano le migliori pratiche per permettere al paziente di avere giornate sufficientemente agevoli e in autonomia. “Stando a stretto contatto con medici, università e operatori di settore abbiamo individuato quale fosse l’ambito su cui investire e ci siamo così concentrati sul progetto che abbiamo chiamato ‘vista fragile’. Mentre l’ipovisione si riferisce ad una parte della popolazione che mostra una perdita piuttosto importante di capacità visiva, danno assimilabile alla disabilità, la vista fragile è invece una fase precedente di questo processo degenerativo ed è la condizione in cui ci si viene a trovare a causa della patologia. Ciò che ci interessa veramente è quindi riuscire ad intervenire in anticipo su un processo degenerativo che tocca il 15% delle persone”. Serie problematiche che solo parzialmente vengono riconosciute ed affrontate per tempo anche per una certa ritrosia ad occuparsene in una fase forse giudicata troppo prematura. “Spesso nel nostro mondo non si crede ancora giusto prevenire le perdite di capacità collegate alla vista – chiarisce Jurilli –. Noi, invece, vogliamo pure interessarci delle ricadute culturali oltre che mettere attenzione su quello della qualità di vita: queste problematiche portano infatti la persona a perdere interesse, ad esempio, per la lettura e, considerato che leggere tiene attivo il lato cognitivo e psicologico del paziente, si può intuire quanto possa contare l’intervenire al più presto”.

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