Il futuro della Fos di Battipaglia, azienda del gruppo milanese Prysmian che produce fibra ottica con elevati contenuti di qualità tecnologica (unica in Europa), non interessa solo i trecento lavoratori in cassa integrazione dallo scorso 16 ottobre, ma anche il futuro del paese e le casse dello Stato. Ne sono convinti i sindacati. Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil nell’ennesima nota diffusa il 6 febbraio lamentano “un paradosso tutto italiano”.

In particolare, per le sigle sindacali, il governo “annuncia di valorizzare e sviluppare le imprese nazionali, inaugurando il ministero delle Imprese e del made in Italy” (Mimit), ma “nei fatti chiude gli occhi di fronte allo smantellamento della filiera industriale d’eccellenza del paese, in un momento in cui, peraltro, le crisi geopolitiche internazionali mettono seriamente a rischio l’approvvigionamento delle materie prime, tra cui la fibra ottica”.La questione, di cui il 14 novembre i sindacati hanno discusso al Mimit, ruota intorno ai parametri tecnici e qualitativi della fibra ottica da consegnare a Infratel, la società in house del ministero che è la stazione appaltante dei bandi inerenti la posa della tecnologia nel nostro paese. Paletti sia per l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom), sia per gli aggiudicatari dei vari progetti per l’infrastruttura digitale, a partire da quelli previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr, per un totale di 7,7 miliardi di euro), aggiudicati da gara a Open Fiber e Tim.

Il giorno successivo all’incontro, il ha ministero annunciato l’istituzione di un tavolo tecnico da parte di Agcom con gli installatori e i produttori di fibra ottica, utile ad affrontare le specifiche tecniche del caso. Ciononostante, al 18 gennaio le organizzazioni hanno denunciato “le mancate scelte del governo in campo di politiche industriali, digitali e degli asset strategici e i mancati investimenti del gruppo Prysmian” quale causa della “realizzazione dell’infrastruttura digitale del nostro paese con fibra ottica proveniente da Cina, India e Corea”, “meno costosa ma di qualità molto inferiore”. Un danno che per loro riguarda per l’appunto l’Italia intera e non soltanto i lavoratori della Fos, che alle tredici settimane iniziali di cassa integrazione si sono visti sommare un altro identico periodo. “È inaccettabile – hanno scritto nella nota di gennaio le sigle sindacali – che un’eccellenza italiana che rappresenta un asset strategico non solo per il nostro paese, veda seriamente compromesso il proprio futuro industriale e che, in queste ore, centinaia di lavoratori con le loro famiglie vedano irrimediabilmente compromesso il loro futuro lavorativo e di vita”. Poco più di due settimane dopo, la nuova denuncia contro il “dumping silenzioso” che “pregiudica fortemente il futuro” della Fos e “l’appello ad accendere un faro su questa vertenza, frutto di una cattiva gestione delle procedure e delle risorse”.

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