Eppure, la partita più interessante non si gioca tra i colossi quotati. Si gioca nelle startup e nelle tecnologie che li stanno costringendo a reinventarsi. Il cleantech italiano ha raggiunto nel 2025 il suo record storico: EUR 243 milioni investiti in 54 operazioni, +37% rispetto all’anno precedente. Il comparto Energy & Power da solo ha attratto EUR 43,7 milioni. Non sono più numeri sperimentali. Sono numeri industriali, con un CAGR atteso tra il 7% e il 10% fino al 2035.

Il 9 aprile 2026 ha aggiunto un elemento di contesto che nessun modello aveva previsto con questa velocità: il cessate il fuoco tra USA e Iran ha fatto crollare il Brent del 16% in un solo giorno da $119 a $94,41. Un movimento senza precedenti recenti. Il segnale più rilevante non era nel prezzo del petrolio ma nei bilanci.

I CEO delle major petrolifere avevano venduto $1,4 miliardi di azioni nei tre mesi precedenti, il rapporto insider più asimmetrico degli ultimi quindici anni. Quando chi conosce il settore dall’interno fa cassa ai massimi, il messaggio è inequivocabile. Il futuro non è il fossile.

Questa combinazione di basse valutazioni sulle startup cleantech, domanda strutturale in accelerazione, tassi in discesa dopo il calo inflattivo, sostegno regolatorio certo con Green Deal e PNRR  è esattamente il setup che si aspetta prima di investire. Non si entra quando il mercato è maturo e i prezzi lo riflettono. Si entra adesso, quando il mercato ha già la domanda ma non ha ancora il prezzo.

Tra gli operatori italiani, il quadro è chiaro: Snam controlla le reti del gas e sta diventando l’infrastruttura dell’idrogeno, Terna gestisce la trasmissione elettrica nazionale con rendimenti regolati stabili tra il 6% e l’8%, Iren ha creato un veicolo VC interno, Iren UP per acquisire innovazione dall’esterno, CDP e Eni gestiscono insieme l’acceleratore Zero che è il principale hub pubblico di startup energia in Italia.

Il mercato non è affatto chiuso ai nuovi entranti: è strutturalmente aperto, perché i grandi player hanno bisogno di innovazione e non sempre riescono a produrla internamente.

Cinque startup in questo momento meritano attenzione specifica. Energy Dome ha sviluppato una batteria basata sulla CO2 che accumula elettricità su scala industriale per 4-24 ore senza materiali critici, senza rischio incendio, senza degradazione. Ha un impianto operativo in Sardegna e contratti commerciali in Europa e negli USA.

Il TAM dello storage long-duration raggiungerà $70 miliardi al 2035 ed Energy Dome ha un brevetto che non ha equivalenti al mondo.

Tulum Energy ha chiuso nel 2025 il round più grande del cleantech italiano nel segmento energy: EUR 27 milioni sull’idrogeno verde per l’industria pesante. REPowerEU prevede EUR 300 miliardi per l’idrogeno entro il 2030 e la guerra in Medio Oriente ha reso questa necessità ancora più urgente e geopoliticamente non rinviabile.

Sinergy Flow sviluppa batterie a celle di flusso che superano strutturalmente i limiti del litio: nessuna degradazione con i cicli di carica, costi più contenuti, supply chain completamente libera da materiali critici come cobalto e nichel. Ha chiuso un Late Seed da EUR 7 milioni a febbraio 2026.

Heiwit lavora sulle batterie al sodio, il sesto elemento più abbondante sulla terra, con CDP Venture Capital e Eni come anchor investor attraverso il programma Zero: una combinazione di tecnologia e legittimità istituzionale che raramente si trova a questo stadio di sviluppo.

Per concludere, Enerbrain, che considero la più matura sul piano operativo: porta il 30% di risparmio energetico negli edifici commerciali con AI e sensori IoT, senza opere murarie, con un modello SaaS B2B ricorrente che Iren UP ha già deciso di supportare.

La Direttiva EED impone a tutti gli edifici europei un audit energetico entro il 2030, è un driver normativo che trasforma un mercato opzionale in un mercato obbligato.

La tesi di investimento che costruisco su questo settore si fonda su tre assi. Il primo è la tecnologia brevettata come barriera all’entrata.

Il secondo è la exit multipla come prerequisito: tutte e cinque le startup hanno almeno tre acquirenti strategici identificabili, utility europee, player industriali globali, fondi infrastrutturali più la possibilità di un’IPO su Euronext Growth Milan.

Il terzo è il timing: il mercato italiano cleantech è ancora un arbitraggio geografico rispetto ai peer europei, con valutazioni mediamente tre-cinque volte inferiori a target equivalenti in UK o Francia.

Questa finestra non resterà aperta a lungo; il 46% dei round italiani nel 2025 ha già avuto partecipazione internazionale.

Chi opera in questo settore, come imprenditore o come investitore, deve fare i conti con una sola verità strutturale: la domanda di elettricità crescerà del 40% entro il 2045, trainata dall’AI, dall’elettrificazione industriale e dalla mobilità.

Jacopo Cempella

Co-manager ACCELERAHUB/IGI GROUP

Lascia un commento