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13 Aprile 2026
Il mercato globale della gestione rifiuti e dell’economia circolare punta ai 1.500 miliardi di dollari entro il 2030, con il segmento delle tecnologie circolari avanzate (riciclo chimico, bio-materiali, recupero di metalli critici) che ne rappresenta circa un terzo. Ma il TAM, da solo, è il dato meno interessante. La vera domanda per chi alloca capitale è dove si trova la creazione di valore lungo la filiera, e a quale stadio del ciclo si posiziona l’opportunità migliore.
L’Italia parte da fondamentali solidi. Con il 20,8% dei materiali industriali che proviene già da riciclo, quasi il doppio della media europea, superiore a Germania e Francia, la materia seconda non è un sottoprodotto marginale: è un input strutturale del sistema produttivo nazionale. Nel 2022 l’Italia ha già superato gli obiettivi UE di riciclo fissati sia per il 2025 che per il 2030. Un primato costruito per necessità storica che oggi si traduce in vantaggio competitivo reale, con un mercato ottenibile stimato tra gli 80 e i 90 miliardi di euro.
Un segnale che chi opera in questo settore non può ignorare: la Joint Initiative on Circular Economy, che include CDP Italia, KfW, BpiFrance e la Banca Europea degli Investimenti, ha superato il target di 10 miliardi di euro già a fine 2023, raggiungendo 11,57 miliardi, e ha alzato l’obiettivo a 16 miliardi entro il 2025. Non è una dichiarazione di intenti: è capitale istituzionale che si è già posizionato. Solo nelle ultime settimane, la BEI ha firmato un contratto da 225 milioni con Iren per il piano di investimenti 2025-2028 in economia circolare. Il mercato non sta aspettando.
I fondamentali ci sono, ma il potenziale è ancora largamente inespresso. L’adozione di pratiche circolari ha generato nel 2024 risparmi per 16,4 miliardi di euro per il manifatturiero italiano, ma rappresenta solo il 15% del potenziale totale, stimabile a 119 miliardi entro il 2030. Il divario non è tecnologico: è di domanda organizzata. Nel frattempo la dipendenza italiana da importazioni di materie prime si attesta al 48% del fabbisogno totale, più del doppio della media UE, con costi saliti da 424 a 568 miliardi tra il 2019 e il 2024.
In questo contesto la circolarità smette di essere una narrativa ESG e diventa una risposta strutturale a un problema di competitività sistemica, con scadenze precise e catalizzatori regolatori già attivi: dal Critical Raw Materials Act al nuovo Packaging Regulation europeo, fino ai Digital Product Passports obbligatori dal 2026. Le startup italiane del settore (asset-light, IP-driven, con mercati globali già nel mirino dalla fase seed) intercettano esattamente queste discontinuità normative e industriali. È il tipo di posizionamento che genera rendimenti difficilmente replicabili altrove.
Chi investirà in questo settore nei prossimi tre anni non starà scommettendo su una tendenza. Starà acquisendo posizioni su un’infrastruttura economica che l’Europa sta rendendo obbligatoria e su cui il capitale istituzionale si è già mosso in anticipo. La differenza tra chi creerà valore e chi resterà spettatore dipenderà da una sola capacità: distinguere la tonnellata dalla molecola, il volume dall’IP, il gestore dal costruttore di mercato.

Andrea Mezzetti
Co-Investment Manager di ACCELERAHUB / IGI GROUP

