Quando parliamo di “debito pubblico” usiamo la stessa parola per descrivere due realtà profondamente diverse. Da una parte gli Stati Uniti, un unico emittente sovrano che a metà 2026 ha superato i 39.000 miliardi di dollari di debito, pari a circa il 123% del PIL. Dall’altra l’Europa, che non ha un debito unico ma la somma di venti debiti nazionali: nell’area euro il rapporto debito/PIL si è fermato all’87,8% a fine 2025. Sulla carta, dunque, l’Europa è messa meglio. Eppure è il debito americano ad attrarre molti più capitali stranieri. Il paradosso si spiega solo guardando alla struttura, non ai numeri assoluti.
Numeri a confronto Negli Stati Uniti esiste un solo Tesoro che emette titoli per l’intera federazione. In Europa, invece, ogni Stato emette per conto proprio, con condizioni e affidabilità molto diverse tra loro. La media dell’area euro nasconde distanze enormi: la Germania viaggia al 63,5% del PIL, mentre l’Italia è al 137,1%, la Francia al 115,6%, il Belgio al 107,9%, la Spagna al 100,7% e la Grecia al 146,1%. Non esiste “il” titolo europeo: esistono il Bund tedesco, l’OAT francese, il BTP italiano, ciascuno con il proprio rendimento e il proprio rischio. Negli USA il rischio è uno solo, condiviso da tutti i contribuenti americani.
La prima differenza: un emittente contro venti È la frattura strutturale più importante. Il Tesoro americano alimenta un mercato dei Treasury enorme, omogeneo e liquidissimo: si può comprare e vendere in qualsiasi momento, per importi colossali, senza muovere troppo il prezzo. È esattamente ciò che cercano le banche centrali e i grandi fondi quando devono parcheggiare riserve in modo sicuro. Il mercato europeo, frammentato in tanti emittenti nazionali, non offre la stessa profondità: chi vuole “Europa” deve scegliere un singolo Paese, e con esso il suo specifico rischio politico e di bilancio. La frammentazione è il vero tallone d’Achille del debito europeo.
La seconda differenza: il dollaro e il “bene rifugio” Il debito americano gode di un privilegio quasi unico nella storia economica: è denominato nella valuta di riserva mondiale. A fine 2025 il dollaro rappresentava ancora circa il 57% delle riserve valutarie ufficiali del pianeta, contro poco più del 20% dell’euro. Tradotto: gran parte del mondo ha comunque bisogno di dollari, e i Treasury sono il modo più semplice e sicuro per detenerli. Il debito USA, in altre parole, è al tempo stesso un debito e il principale “bene rifugio” globale. Nessun titolo europeo, oggi, ricopre lo stesso ruolo su scala paragonabile.
La risposta europea: i titoli comuni L’Europa ci sta provando. Con i programmi SURE e soprattutto NextGenerationEU, la Commissione europea ha iniziato a emettere debito comune — titoli garantiti collettivamente dall’Unione — per finanziare la ripresa post-pandemica e le transizioni verde e digitale. Entro la fine del 2026 lo stock di obbligazioni dell’UE dovrebbe avvicinarsi ai 1.000 miliardi di euro, facendo della Commissione un emittente più grande di Belgio e Paesi Bassi messi insieme. È il primo, vero abbozzo di un “asset sicuro” europeo.
Il limite, però, è tecnico ma decisivo: questi titoli non sono classificati come debito sovrano, bensì come sopranazionali. Restano fuori dai principali indici dei titoli di Stato, il che ne riduce la domanda strutturale e ne tiene i rendimenti più alti del dovuto. Alcune stime parlano di una domanda inferiore anche dell’80% rispetto a un titolo sovrano comparabile. Finché non saranno percepiti come pienamente sovrani e permanenti, i bond europei non potranno competere ad armi pari con i Treasury.
Chi attrae di più gli stranieri: I numeri parlano chiaro. Gli investitori esteri detengono oltre 9.000 miliardi di dollari di debito americano: il Giappone guida con circa 1.240 miliardi, seguito da Regno Unito (897) e Cina (693). Nessun emittente europeo, preso singolarmente, si avvicina a questa capacità di attrazione globale. Profondità del mercato, status del dollaro e unicità dell’emittente formano un circolo virtuoso che l’Europa, divisa, non riesce ancora a replicare.
Qualcosa, tuttavia, si muove. Cresce tra gli investitori la volontà di diversificare rispetto agli Stati Uniti, per ragioni economiche e geopolitiche; e qui l’Europa avrebbe una carta da giocare. Il problema è che, oggi, il mercato europeo frammentato non riesce a soddisfare quella domanda: manca un titolo unico, ampio e liquido su cui riversarla. La sfida dei prossimi anni si gioca esattamente qui.
La lezione: Il confronto rovescia l’intuizione di partenza. Gli Stati Uniti sono più indebitati, ma attraggono di più perché offrono un mercato unico, profondo e ancorato alla valuta di riserva mondiale. L’Europa è mediamente meno indebitata, ma la sua forza resta divisa in venti tronconi. Non è tanto questione di quanto debito, quanto di come è costruito. Se l’Unione deciderà di trasformare i suoi titoli comuni in un vero asset sicuro europeo, permanente e riconosciuto, potrà ambire a un ruolo da protagonista nel risparmio globale. Fino ad allora, il primato resta a Washington.


Alessandro Losito – Co-investment Manager Accelera HUB / IGI GROUP
